Fondazione Teatri di Piacenza
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08 febbraio 2018
ALLEGRO CON BRIO - CONCERTI DI MOZART PER PIANOFORTE - 4 marzo 
08 febbraio 2018

Sala Dei Teatini, ore 17
Ingresso libero

Wolfgang Amadeus Mozart 
(1756-1791)
 
Concerto per pianoforte e orchestra in Mi bemolle maggiore K 271
(versione cameristica di Ignaz Lachner)
 Allegro-Andante-Rondò
 
Concerto per pianoforte e orchestra in Do minore K 491
(versione cameristica di Ignaz Lachner)
Allegro-Larghetto-Allegretto
 
 
Violini Maria Luisa Ugoni e Kaori Ogasawara
Viola  Wim Janssen – Violoncello Giulia Lanati - Contrabbasso Walter Casali
Pianoforte  Marco Alpi
 
Mozart nella storia del concerto per pianoforte e orchestra giganteggia maestosamente. Si può infatti affermare che la sua produzione in questo campo, soprattutto con gli ultimi quattordici Concerti composti a Vienna fra il 1784 e il 1791, fa compiere al genere un salto qualitativo straordinario tale da creare un nuovo modello da lasciare in eredità alla generazione seguente. Il Concerto in mi bemolle maggiore K 271 è un lavoro di grande importanza. Stimolato dalla momentanea presenza a Salisburgo di una giovane francese virtuosa della tastiera della quale conosciamo solo il cognome, Mademoiselle Jeunehomme, il ventunenne Mozart diede vita a un lavoro che viene universalmente considerato un'opera chiave. Secondo uno studioso autorevole come Stanley Sadie, si tratta addirittura di una «tra le composizioni più sottili e più elaborate di tutti i periodi creativi di Mozart per quanto concerne le relazioni tematiche, il trattamento della lunghezza delle frasi e delle cadenze, al fine di accrescere il senso di tensione e rinforzarne la risoluzione, e soprattutto nell'ampio sviluppo dei rapporti tra solista e orchestra». Rapporti tra solista e orchestra che fin dalle prime battute dell'Allegro d'apertura sono improntati chiaramente all'integrazione piuttosto che al predominio o alla contrapposizione; mentre la ricchezza del materiale tematico, della scrittura orchestrale e l'impegno assegnato al solista, sono tratti destinati ad evolversi compiutamente nei concerti viennesi, collocando questo lavoro ben più avanti dei concerti contemporanei come il Concerto in re di Haydn. Nell'Andantino troviamo il primo esempio di movimento in minore nell'intera produzione concertistica mozartiana: si tratta di un'ampia pagina cantabile dai toni intensamente patetici, corredata da una lunga cadenza dell’Autore. Non meno sorprendente è il brillante e virtuosistico Rondò conclusivo, il cui scorrere incalzante (Presto) viene improvvisamente interrotto dalla comparsa di un cantabile Menuetto. Senza dubbio l'occasione di scrivere un concerto per un'interprete di levatura stuzzicò Mozart a creare qualcosa di sorprendente per il pubblico di Salisburgo: quasi una rivincita sulla piatta produzione galante cui era costretto dai gusti della Corte e della piccola nobiltà del principato ecclesiastico
Mozart scrisse soltanto due Concerti per pianoforte in tonalità minore, quello in re minore K 466 e quello in do minore K 491. Il primo risale al febbraio del 1785 e costituisce l'opera forse più drammatica composta da Mozart per il suo strumento. Poco più d'un anno dopo, il 24 marzo 1786, il Concerto in do minore veniva aggiunto al catalogo dei lavori dell'autore. Sebbene il ritorno al modo minore crei una certa affinità di sentire tra i due lavori, il loro carattere diverge in maniera netta. Il secondo Concerto infatti ha un carattere più tragico che drammatico, rispetto al precedente. Soluzioni come l’intervallo di settima minore delle tre note dell’inizio conferisce al soggetto principale, di stampo contrappuntistico, una tensione espressiva, che il solista s'incarica poi d'amplificare allargando il raggio del salto fino a raddoppiare la misura dell'intervallo (da settima a quattordicesima). Al Larghetto in mi bemolle che sembra costituire un momento di ricreazione spirituale dai tormenti del primo movimento, fa seguire nel finale la forma del tema con (otto) variazioni su un tema generato in maniera ben riconoscibile dal soggetto iniziale grazie alla presenza dell'intervallo di settima minore. Diviene evidente in breve tempo come il contrasto tra il mondo della natura, evocato dai temi pastorali e il carattere cromatico del virtuosismo solistico costituisca la forza espressiva di questo finale dove la scrittura pianistica, nei momenti più intensi si addensa fino a toccare in alcuni punti un contrappunto a quattro voci. Come nel Rondo del concerto precedente anch'esso nasconde una sorpresa e la sezione centrale è occupata da un lungo e lirico tema del pianoforte per poi chiudere virtuosisticamente nel ritorno al tema iniziale.