Fondazione Teatri di Piacenza
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07 ottobre 2017
SIMON BOCCANEGRA - Venerdì 13 ottobre e domenica 15 ottobre 2017 
07 ottobre 2017
Simon Boccanegra

S'inaugura nel segno di Giuseppe Verdi la Stagione d' Opera 2017/2018 del Teatro Municipale di Piacenza. Sipario alzato su Simon Boccanegra, venerdì 13 ottobre alle 20.30 e domenica 15 ottobre alle 15.30, con anteprima per le scuole mercoledì 11 ottobre alle 15.30. Come ormai tradizione, l'apertura di Stagione è affidata al nuovo allestimento del Progetto Opera Laboratorio, punta di diamante della Fondazione Teatri di Piacenza, di cui è responsabile didattico il celebre e amatissimo baritono Leo Nucci, nel segno della trasmissione dei saperi ai giovani cantanti. L'opera si avvale della regia dello stesso Nucci, affiancato da Salvo Piro. La bacchetta esperta di Pier Giorgio Morandi dirige l'Orchestra dell'Opera Italiana e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati. Ritorna l'affiatato team creativo del Progetto Opera Laboratorio: Carlo Centolavigna, storico collaboratore di Zeffirelli, firma le scene, i costumi sono di Artemio Cabassi e le luci di Claudio Schmid. L'allestimento è prodotto da Fondazione Teatri di Piacenza con Teatro Alighieri di Ravenna, in collaborazione con il Teatro dell'Opera di Marsiglia in Francia, dove l'opera tornerà in scena a ottobre 2018.
Simon Boccanegra sarà il primo dei titoli legati al mare e all'acqua, denominatore comune anche di altre opere della Stagione del Teatro Municipale di Piacenza, quali La Gioconda e Il Corsaro.


Nel cast giovani cantanti già vincitori di concorsi internazionali e apprezzati sui palcoscenici di prestigiosi teatri, come il baritono bulgaro Kiril Manolov (Simon Boccanegra), che fa ritorno al Teatro Municipale tre anni dopo il successo di Falstaff, e il soprano Clarissa Costanzo (Maria Boccanegra), una delle voci più interessanti del momento, secondo premio ai concorsi Flaviano Labò di Piacenza e Voci Verdiane di Busseto, recentemente applaudita al fianco di Leo Nucci in occasione dei festeggiamenti per i suoi cinquant'anni di carriera. Nel ruolo di Jacopo Fiesco il basso piacentino Mattia Denti, anch'egli apprezzato sul palcoscenico del Municipale nelle scorse stagioni in acclamate produzioni quali Nabucco e La Wally. Tornano al Progetto Opera Laboratorio, dopo il successo di Un ballo in maschera, anche il tenore Ivan Defabiani (Gabriele Adorno), e il baritono Ernesto Petti (Paolo Albiani). A completare il cast, il basso Cristian Saitta (Pietro), il mezzosoprano Paola Lo Curto (Un'ancella) e il tenore Jenish Ysmanov (Un capitano dei balestrieri).


Sono trascorsi esattamente 160 anni dalla prima messinscena dell'opera, su libretto di Francesco Maria Piave, avvenuta il 12 marzo 1857 al Gran Teatro La Fenice di Venezia. Bisognerà attendere ventiquattro anni e il determinante contributo di Arrigo Boito, perché ad uno dei lavori verdiani più potenti e complessi venga prestata la giusta attenzione, con un nuovo debutto salutato questa volta dal successo, sul palcoscenico del Teatro alla Scala il 24 marzo 1881.


L'opera, come scrive Silvia Campana nel saggio critico del libretto di sala, «capovolge i convenzionali rapporti tra i 'caratteri': il protagonista è un baritono ed il suo più profondo antagonista è un basso e non un tenore, ed il soprano, tradizionale oggetto del contendere, non è l'amante ma la figlia dell'uno (Simone) e la nipote dell'altro (Fiesco). Fulcro del dramma è la mancanza di comunicazione, resa impossibile da odi atavici e fraintendimenti, che ammanta quest'opera di una «tinta» buia, complessa e torbida e che sembra dissiparsi e trovare pace solo con il lento trascorrere del tempo. Tra il prologo e i tre atti trascorrono infatti venticinque anni e si è più di una volta sottolineato come e quanto questo scarto temporale coincidesse con il lasso di tempo (ventiquattro anni dal 1857 al 1881) che divise la prima dalla seconda versione, quasi lo stesso Verdi avesse drammaturgicamente percorso lo stesso cammino teatralmente vissuto dai suoi personaggi».


Nella nuova versione del 1881, «Verdi diede una svolta definitiva alla sua concezione drammaturgica, che anticipava nettamente ciò che avrebbe sviluppato in modo ancora maggiormente complesso in Otello. L'abbandono del pezzo chiuso e la ricerca di un discorso musicale continuo abbraccerà l'azione, in tutte le sue più profonde significanti. Inoltre la figura di Paolo (tradizionalmente un comprimario) assumerà uno straordinario spessore drammatico sotto la spinta di una penna infuocata come quella di Boito, da sempre maestro nel tratteggiare le pieghe più oscure dell'animo umano»